IL PUNTO
TAX CONTROL FRAMEWORK
Punti di convergenza tra cooperative compliance e transazione fiscale
/ Pasquale FORMICA e Caterina GUARNACCIA
A prima vista, cooperative compliance e transazione fiscale appartengono a mondi opposti: la prima alla fisiologia dell’impresa e per certi aspetti a uno sviluppo sostenibile e resiliente, la seconda alla sua fase patologica e per certi aspetti alla preservazione del suo valore. In realtà, entrambi gli istituti riflettono la stessa evoluzione del diritto tributario: il superamento di un modello puramente autoritativo e l’emersione di un rapporto più strutturato tra Fisco e contribuente, che ha come baricentro su gestione strutturata del rischio e governance, oltre che su un dialogo strutturato. Il primo punto di contatto è nella centralità che viene assunta dagli assetti organizzativi. Nella cooperative compliance, il presupposto non è solo il confronto con l’Amministrazione finanziaria, ma, prima ancora, la capacità dell’impresa di dimostrare l’affidabilità della struttura interna tramite l’implementazione di un tax control framework efficace incentrato su segregazione dei compiti, procedure e responsabilità definite e flussi informativi costanti. Una logica non troppo distante da quella del Codice della crisi, che impone assetti adeguati per intercettare tempestivamente gli squilibri e attivare rimedi appropriati e, in ultima istanza, l’istituto della transazione fiscale. Anche la transazione fiscale, infatti, non può essere ridotta unicamente a una tecnica di trattamento del debito tributario: il risanamento richiede qualità della governance, attendibilità del piano e credibilità esecutiva. In entrambi i casi, diritto della crisi e cooperative compliance, attribuiscono un ruolo essenziale al self assesment organizzativo e alla qualità degli assetti di governance. Un secondo terreno comune è il valore del contraddittorio. Nella cooperative compliance, il dialogo con il Fisco è assolutamente strutturato, oltre che fisiologico, preventivo e orientato alla gestione dell’incertezza interpretativa. Nella transazione fiscale, invece, il contesto è quello della crisi, ma anche qui il Fisco sveste i panni del mero creditore pubblico, divenendo parte essenziale di un procedimento che richiede valutazioni comparative, analisi economico-finanziarie e apprezzamento della convenienza delle alternative. La qualità della interlocuzione, in entrambi i casi, diviene centrale. Le differenze, però, in questo ambito, non mancano. La stessa funzione del contraddittorio cambia profondamente: nella cooperative compliance è preventiva e tecnica; nella transazione fiscale è negoziale e rimediale. Ciononostante, in entrambe le ipotesi, il rapporto tributario smette di essere soltanto eventuale e verticalizzato e assume l’interlocuzione come un architrave del sistema. La collaborazione, tuttavia, non elimina in radice il conflitto. Nella cooperative compliance, il diritto al dissenso consente al contribuente di non aderire passivamente all’interpretazione dell’Agenzia delle Entrate. Nella crisi, il disaccordo con il Fisco può incidere sulla riuscita del risanamento, sino a rendere necessario l’intervento del giudice tramite i meccanismi di cram down. Tale aspetto, sul piano logico-sistemico, è interessante perché in entrambi i casi l’ordinamento riconosce che il rapporto tributario può generare conflitto ma, allo stesso tempo, costruisce meccanismi per proceduralizzarlo, governandolo senza lasciare che il sistema si paralizzi. Sul punto, si osserva poi un’ulteriore convergenza, forse la più rilevante sul piano sistemico: la fiscalità opera come leva per obiettivi che vanno ben oltre la corretta applicazione ed esazione del tributo. Nella cooperative compliance, ferma la centralità dello “scambio” tra trasparenza e certezza del diritto, si intende migliorare la prevedibilità delle decisioni aziendali, rafforzare la reputazione dell’impresa e ridurre il rischio aziendale complessivo. Parimenti, nella transazione fiscale, le norme sono tutte funzionali a garantire, nei limiti del possibile, la preservazione del valore dell’impresa e la continuità aziendale, oltre che la migliore soddisfazione dei creditori e la sostenibilità del piano di risanamento. Insomma, gli istituti tributari non sono il fine, ma la leva utilizzabile per giungere a obiettivi extrafiscali e di politica economica. [CATENACCIO] Il punto conclusivo è quindi che la cooperative compliance e la transazione fiscale restano istituti distinti, e per certi versi “antitetici” essendo collocati in momenti diversi della vita dell’impresa, ma rivelano una medesima evoluzione di fondo che caratterizza il nostro ordinamento. Entrambi, però, valorizzano l’organizzazione, il dialogo e la capacità di gestione del rischio; entrambi mostrano che la fiscalità può essere non solo terreno di pretesa, ma anche strumento di dialogo, nell’ottica di costruire una affidabilità basata su una reciproca fiducia. È in questa convergenza, più che nelle differenze, che si coglie il senso della trasformazione in corso nel rapporto tra Fisco e impresa.