Il 29 settembre 2026 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU) ha reso, all’unanimità, il parere consultivo P16-2026-001. Il caso ha riguardato una società ucraina a cui è stata irrogata una sanzione del 200% del valore delle vendite (circa 1,64 milioni di euro) per aver usato un registratore di cassa diverso da quelli indicati nelle appendici alla licenza. La sanzione era quasi tripla rispetto al valore contabile dell’attivo patrimoniale. La Corte suprema ucraina ha quindi chiesto chiarimenti alla Corte EDU, tra l’altro, sui criteri per valutare la proporzione della sanzione. La Corte ha innanzitutto ricordato che la sanzione pecuniaria è un’ingerenza nel diritto di proprietà (art. 1, protocollo 1 aggiuntivo alla CEDU – 1P1). Prima di valutarne la proporzionalità, occorre quindi verificare che l’ingerenza sia legittima, cioè fondata su norme accessibili, precise e prevedibili, e che persegua uno scopo legittimo di interesse generale. Verificate queste prime due condizioni, deve poi verificarsi che l’ingerenza non alteri il “giusto equilibrio” tra l’interesse generale perseguito e la necessità di tutelare i diritti fondamentali: il contribuente non deve dunque sopportare un “onere individuale ed eccessivo”. In tale prospettiva, la Corte EDU ha sottolineato che l’ingerenza nel diritto di proprietà deve “corrispondere alla gravità della violazione, e la sanzione alla gravità dell’illecito che è destinata a punire”. Ciò con la precisazione che a questi fini non rilevano violazioni più gravi, solo presunte, estranee all’illecito punito nel caso concreto. La Corte non ha tuttavia individuato in modo analitico i principi per valutare la proporzionalità delle sanzioni, poiché la CEDU non impone criteri specifici, che dipendono dalle circostanze del caso concreto e dalle scelte politiche degli Stati parte. Ha però indicato, in modo non esaustivo, tre criteri generali:
- la scelta dei mezzi impiegati e la loro adeguatezza: è rilevante verificare se esistano misure più lievi, ma ciò non rende di per sé illegittima la scelta del legislatore, che gode di un ampio margine di apprezzamento;
- l’impatto dei mezzi impiegati sulla società: sanzioni molto elevate (come la perdita di uno “strumento di lavoro” o una confisca di fatto) possono avere conseguenze irreversibili per l’attività e pregiudicare la proporzionalità. Tuttavia, esse non sono di per sé sproporzionate, poiché devono essere sempre ponderati i loro effetti sull’attività e sulla situazione finanziaria e patrimoniale del contribuente;
- la condotta del contribuente: rilevano, tra l’altro, la gravità della violazione, la natura dolosa o colposa, l’assenza di danno per l’Erario, la liceità dell’attività, l’impatto sulla continuità dell’attività economica o sulla situazione patrimoniale del contribuente. Le sanzioni per violazioni di requisiti di legge sono proporzionate se rientrano nel margine di apprezzamento riconosciuto agli Stati parte. Applicando tali criteri, la Corte ha affermato che anche le sanzioni automatiche non sono vietate dalla CEDU, purché siano proporzionate. È tuttavia necessario che l’ordinamento, nel suo complesso (dato dall’insieme della legge e della prassi giudiziaria), offra garanzie contro le sanzioni sproporzionate nei singoli casi. Poiché la proporzionalità delle sanzioni spetta agli Stati, il giudice tributario deve valutarla (anche) in base ai criteri della CEDU, applicando in modo appropriato l’art. 3 comma 3-bis e l’art. 7 del DLgs. n. 472/1997. Ciò è stato del resto già chiarito dalla Corte costituzionale (sentenza n. 46/2023), che ha sottolineato l’esigenza, attraverso un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 7, che sia assicurata la proporzionalità delle sanzioni, già da parte dall’Agenzia delle Entrate e, in ogni caso, dal giudice, quando ciò sia stato dedotto con i motivi di impugnazione. [CATENACCIO] Il suddetto parere della Corte EDU fornisce preziose indicazioni operative. Laddove le circostanze del caso lo permettano, è opportuno che i contribuenti contestino l’entità delle sanzioni irrogate dall’Agenzia delle Entrate, anche quando applicate nel minimo. La proporzionalità deve essere infatti valutata non in astratto ma in relazione al caso concreto. A tal fine vanno dedotti, e dimostrati, gli elementi che possono evidenziare la sproporzione non solo rispetto alla gravità della violazione, ma anche in considerazione di fattori come la buona fede, l’assenza di intento evasivo, l’eliminazione delle conseguenze della violazione, la liceità dell’attività e, soprattutto, l’incidenza sulla situazione patrimoniale o sulla continuità dell’attività economica. Dunque, la Corte EDU ha offerto ai difensori una gamma di argomenti per commisurare la proporzionalità delle sanzioni ai casi concreti.
2 novembre 2026
/ Giulio CHIARIZIA